L’identità di un popolo è la sua storia e la sua storia è la sua cultura.
La cultura siciliana, in particolare, è intrinseca di contraddizioni e varietà, che, senza dubbio, derivano dalla sua storia. La Sicilia passò, infatti, da una dominazione ad un’altra che plasmarono l’isola fino a dare vita ad un popolo con una forte identità culturale. Anche in seguito ai fenomeni linguistici e storici che hanno portato all’unità linguistica italiana, la Sicilia è straordinariamente rimasta legata al suo passato, alle sue radici.

L’isola, infatti, da sempre crocevia di diverse etnie ha conservato e continua a fare tesoro delle tracce delle culture che vi si sono susseguite, è come se, come dice Sciascia, “la Sicilia fosse la metafora del mondo odierno”. Influenze greche, latine, spagnole, francesi e tedesche, tra le altre, continuano a sentirsi prima di tutto nel dialetto siciliano.

E quindi la nostra “gilusia” deriva dal greco “zèlos”, il “travagghiari” quotidiano è un regalo linguistico provenzale “trabalhar” e “accussì” è, invece, una parola lasciataci dal latino “ ad sic“, “agghiurnari” dal francese “ajourner”, “arrustiri” e “arrancari” dal tedesco “roesten” e “rank”, “mischinu” dall’arabo “miskin“. Queste, come tantissime altre parole, anche se spesso a nostra insaputa, sono termini che continuano a mantenere vivo il nostro rapporto con il passato. Ovviamente è una tradizione culturale che viene portata avanti oggi dai “senatori” della società, i nonni, i padri e chiunque da generazione in generazione ha appreso e continua a trasmettere queste usanze linguistiche, il nostro dialetto.

La Sicilia, contraddizione e semplicità, mostra quindi la sua solidità culturale nelle varietà linguistiche, tra le altre cose, uno degli elementi che la rende affascinante e particolare, e l’isola potrebbe e dovrebbe sicuramente  fare di questa molteplicità culturale un motivo di ricchezza e orgoglio così che il passato del nostro presente possa aprire le porte del nostro futuro.